Come dichiarare le crypto in maniera semplice

Come dichiarare le crypto in maniera semplice

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Da quando ho iniziato a lavorare nel mondo crypto full time, ho dovuto imparare, sulla mia pelle, tutta una serie di procedure e nozioni che prima non avevo, sia perché non mi servivano, ma soprattutto perché non usavo le crypto così tanto. Oggi, lavorando in Avascan, le crypto sono il mio pane quotidiano e faccio tantissime transazioni ogni mese, sia per ricevere soldi, che per inviarli, che per modificare il mio portafoglio di investimenti.

Oggi vivere di crypto si può.

Dichiarare

La parte più difficile è la dichiarazione. Oggi, in realtà, non è obbligatorio dichiarare le proprie crypto. O meglio, è obbligatorio farlo, ma l’Agenzia delle Entrate non ha alcuno strumento giuridico, né fiscale per poter controllare le autodichiarazioni. O, ancora meglio, potrebbe farlo, ma non per tutto: potrebbe per esempio chiedere a tutti gli exchange centralizzati (come Coinbase, Binance, Bittrex) che attualmente sono obbligati a raccogliere le informazioni personali (tramite la famosa procedura KYC) quali sono i fondi di ognuno, e ne avrebbe tutto il diritto. Gli exchange centralizzati sono infatti fornitori di custodial wallet, ovvero di portafogli di criptovaluta di cui loro stessi custodiscono anche le chiavi private, e quindi sono a tutti gli effetti come delle banche: quando depositate dei soldi in banca, state dando i vostri soldi alla banca che ricorda che li avete messi voi. Ma in realtà sono della banca. Allo stesso modo exchange centralizzati sono custodi del patrimonio in crypto.

Oltre a questo, però, ci sono anche i wallet non-custodial, ovvero quei wallet la cui chiave privata è in mano al detentore dei fondi, e non a una parte terza. Ci sono tantissimi di questi wallet, ne faccio solo alcuni esempi: Metamask, Jaxx, Exodus sono i più famosi wallet multi-valuta sul mercato, però ci sono anche wallet specifici per ogni crypto, che permettono di interagire meglio con la blockchain di riferimento (tendenzialmente, i wallet multi-valuta permettono solo di gestire i fondi e non di interagire con il smart contracts, ad esempio). L’Agenzia delle Entrate, in Italia e nel mondo, non ha alcun modo per affermare che un certo indirizzo appartiene a una certa persona, anche perché nella maggior parte dei casi vengono generati nuovi indirizzi per ogni interazione con la blockchain da parte di wallet mono-valuta ma soprattutto multi-valuta.

Tutta questa digressione per dire che sì, è tecnicamente obbligatorio dichiarare tutte le crypto, e in realtà è anche utile farlo (e poi spiegherò il perché), però lo Stato a oggi non ha una procedura consolidata per verificare ed eventualmente contestare le dichiarazioni. Detto questo, io dichiaro tutto quello che posso, eppure tecnicamente non pagherò nulla di tasse.

Per far capire meglio, farò un esempio: io (senza entrare troppo nel dettaglio) detengo una ventina di criptovalute diverse:

  • bitcoin;
  • Binance Coin (BNB);
  • Ether (ETH) e monete su Ethereum;
  • Avalanche (AVAX) e monete sulla rete Avalanche;

Su Ethereum, e soprattutto su Avalanche, le monete che ho non sono ferme, anzi: il 90% dei fondi sono investiti e bloccati in fondi particolari, che mi permettono di diversificare i guadagni e soprattutto il rischio. Per chi ne sa un po’ di più, posso dire che ho i fondi bloccati in questo modo:

  • Liquidity Pool
  • Staking
  • Yield farming

Nelle Liquidity Pool, per esempio, ho un’alto potenziale di guadagno perché ho un costante rischio di perdere una fetta dei fondi che ho messo, per guadagnare nuove monete. Gli altri invece (Staking e Yield Farming) mi danno tendenzialmente meno guadagni, ma sono più sicuri. Uso anche delle combinazioni di queste modalità, dei veri e propri strumenti finanziari.

Tutto questo per dire che i fondi io potrei non averli nel momento in cui faccio la dichiarazione, ma potrei avere solo un token che rappresenta la mia posizione in quell’investimento (e non sempre). È tutto talmente ancora nuovo che è davvero difficile spiegarlo in termini semplici, spero di essere il più chiaro possibile.

Per fare la dichiarazione, secondo l’ultima risoluzione dell’Agenzia dell’Entrate del 2018, devo inserire le informazioni relative al mio capital gain nel quadro RW della Dichiarazione Redditi Persone Fisiche. Ecco quanto dichiarato proprio dall’Agenzia dell’Entrate:

"[...]le cessioni a pronti di valuta virtuale non danno origine a redditi imponibili mancando la finalità speculativa salvo generare un reddito diverso qualora la valuta ceduta derivi da prelievi da portafogli elettronici (wallet), per i quali la giacenza media superi un controvalore di euro **51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta**, ai sensi dell’articolo 67, comma 1, lettera c-ter), del testo unico delle imposte sui redditi approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (TUIR), e del comma 1-ter del medesimo articolo. Per cessione a pronti si intende una transazione in cui si ha lo scambio immediato di una valuta contro una valuta differente. Il valore in euro della giacenza media in valuta virtuale va calcolato secondo il cambio di riferimento all’inizio del periodo di imposta, e cioè al 1° gennaio dell’anno in cui si verifica il presupposto di tassazione (cfr. circolare 24 giugno 1998, n. 165)."

Il punto cruciale è qui, lo metto bene in evidenza:

... qualora la valuta ceduta derivi da prelievi da portafogli elettronici (wallet), per i quali la giacenza media superi un controvalore di euro **51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta**

Non sussiste un trattamento speciale: e come quando su un conto corrente si detengono valute diverse dall’EURO (come per esempio USD). Quindi il limite è 51.645,69€ per più di sette giorni, oltre il quale, a dichiarazione fatta, bisogna versare il 26% di tassa sulla plusvalenza.

Ecco, anche qui, un aspetto ancora inesplorato: immaginiamo che io creo un NFT, e spendo 10 USD per pubblicarlo sulla blockchain. Per avere questo NFT, un utente (diciamo su Opensea.io) lo compra, per 1000 dollari. Io non ho il nome di questa persona, e quindi non gli posso fare la fattura. Potrei quindi generare uno scontrino, ma posso farlo solo se l’attività di creazione di NFT, in un modo o nell’altro, fa parte dell’oggetto della mia impresa (se ho un impresa - se non ce l’ho, mi fermo ancora prima). Se sono un privato che per hobby vuole disegnare sul computer e vendere i suoi lavori su blockchain, oggi non c’è nessuna legge che mi dice che devo dichiarare qualcosa. Un po’ come quando un artista di strada dipinge quadri delle persone che passano. Forse non è nei limiti della legge, ma non ne è nemmeno fuori. È nel limbo.

Per questo, se io ricevo Ether (ETH), bitcoin (BTC) o altra criptovaluta, e poi quella moneta aumenta di valore, io posso dichiararla, devo dichiararla, ma dato che non la sto cambiando per un’altra valuta (la cosiddetta cessione a pronti citata dall’Agenzia dell’Entrate), io non devo pagarci nessuna tassa, perché non ho a tutti gli effetti materializzato il mio profitto.

Insomma, per farla breve: pagherò la tassa sulla plusvalenza solo al verificarsi, insieme, di tutte queste condizioni:

  • Ho ricevuto crypto o l’ho comprata;
  • L’ho scambiata per un’altra criptovaluta o per una valuta corrente;
  • Il valore di quella criptovaluta è stato maggiore di 51.645,69€;
  • Questo valore è stato tale per più di sette giorni nello stesso anno solare;
  • Non detengo criptovalute in staking o in yield farming;
  • Se detengo criptovalute in liquidity pool, o un token che rappresenta la mia posizione
  • Scambio il token di liquidity pool di cui sopra.

Molto complicato, eh.

La parte più facile è l’ultima: per raccogliere tutte queste informazioni, io uso un solo servizio, che mi costa circa 80€ l’anno, e che si chiama Koinly. Con Koinly posso collegare tutti i wallet (sia custodial che non-custodial) di moltissime blockchain (non tutte le blockchain sono supportate però). Una volta collegati i wallet, in base al numero di transazioni che ho fatto, dovrò aspettare qualche minuto o qualche ora, poi potrò andare nella sezione Tax Reports, comprare il report e scaricare la versione completa da inviare al commercialista. Nel report c’è una panoramica che indica qual è stata la mia plusvalenza e, se serve, un breakdown di tutte le monete che ho detenuto nell’anno solare, il numero di transazioni, i soldi spesi in commissioni, etc.

Spendere

Una volta che si detengono crypto, per poterci vivere bisogna poterle spendere. Questo era forse difficile fino al 2017, ma ora è davvero facile. Esistono exchange centralizzati o fornitori di servizi che permettono di richiedere una carta prepagata che prende liquidità dalle disponibilità crypto e di valuta corrente per fare acquisti o prelievi agli ATM. Io ne uso due.

Crypto.com VISA Card

La mia carta crypto principale: in realtà ne esistono diversi livelli, e in ogni livello ci sono dei benefit aggiuntivi crescenti. Io ho la Royal Indigo, che per ricevere ho dovuto bloccare 10.000 CRO (Crypto.com Coin) per 6 mesi. La carta che mi è arrivata è una VISA Platino con tutti i benefit che le carte di questo tipo hanno (quindi lounge gratuita in tutti gli aeroporti tramite LoungeKey, assicurazioni di vario genere e altro), più altri benefit specifici di Crypto.com. La Royal Indigo per esempio mi da il 3% di cashback sul 99% delle transazioni online e offline (tranne ritiri agli ATM) e mi da il rimborso fino a 13,99 USD di Netflix e fino a 9,99 USD di Spotify ogni mese, tutto in CRO. Ormai in 6 mesi ho già recuperato 600€ in cashback, è davvero ottimo. Iscrivendosi tramite questo link si ottengono 25 USD di bonus se si ordina una carta che richiede il blocco di almeno 350€.

Binance Card

La mia carta crypto di riserva. Iscriversi a Binance è facile: se non l’avete già fatto questo è il link, e dopo aver fatto la procedura di compilazione di tutti i dati personali (la procedura KYC), potete andare in questa pagina per avviare la richiesta di una carta VISA. La carta arriva in 7 giorni lavorativi e di base offre un cashback dell’1% in BNB sul 99% delle transazioni tranne i prelievi all’ATM. È già compatibile con Google Pay ma ancora non con Apple Pay. Il cashback in realtà è proporzionale ai BNB posseduti nel conto Binance, e fino all’8%. Ovviamente senza commissioni sui pagamenti.

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Giacomo Barbieri

Giacomo Barbieri

Blogger with over 5 years of experience in blogs and newspapers,passionate about AI, 5G and blockchain. Never-ending learner of new technologies and approaches, I believe in the decentralized government and in the Internet of Money.

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